I vaccini funzionano (ITA)

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Speaking of Witch – la saga della strega di Blair

E insomma, qualche settimana fa è uscito il terzo capitolo della saga di The Blair Witch Project e io, che sono super fan del primo film in una scala da zero a JOOOOOOOOSH!, avevo già deciso che non potevo perdermelo. Certo, il retrogusto di merdolina secca che aveva lasciato Book of Shadows era ancora lì, bello sapido, a monito; però sull’altro piatto della bilancia stava un dato di fatto incontrovertibile, e cioè che molti recensori (della quale opinione tendenzialmente mi fidavo, vuoi perché condividiamo gusti simili, vuoi perché capaci di causticità quando necessario, vuoi perché entrambe le cose) ne avevano parlato in termini positivi. E ok, se pure non si nascondevano alcuni difetti del film, alla resa dei conti le recensioni offerte erano incoraggianti.
In particolare mi aveva colpito una cosa: una delle doti che, a loro dire, questo terzo film avrebbe avuto sarebbe stata quella di rimanere fedele allo spirito del primo risolvendone però i maggiori problemi, tipo il fastidioso problema della shaky cam, delle immagini ballerine e budinose, mettendo in scena personaggi meno irritanti, fornendo motivi sensati al fatto che le riprese vengano fatte anche in momenti delicati durante i quali solo un minus habens penserebbe a riprendere invece che mollare tutto e correre come se non ci fosse un fucking domani, aggiungendo quel po’ di azione in più che non guasta. Il terzo film sarebbe stato quindi una versione potenziata e migliorata 2.0 del primo. Prendi tutto quello che si è sempre criticato al primo film, risolvilo, et voilà, ecco il terzo. Fidati, chicco.
È probabilmente per questo motivo, per questo avermi fatto bere a sorsate dal calice delle false promesse, che durante la visione il mio wtfometro è andato in pezzi (assieme al mio cuoricino). Il film, preso a sé, è appena dignitoso, dove per dignitoso intendo un prodotto che non ti fa proprio del tutto rimpiangere il tempo che hai perso guardandolo. Da qui però a tesserne le lodi – e addirittura a mondarlo dalle colpe che ancora si rinfacciano al primo – ce ne passa di acqua nei ruscelli dentro ai quali si calciano le cartine. Arrivo perfino a dire che gli preferisco il secondo – che può avere tutti i difetti della terra, ma che almeno parte da un concetto davvero innovativo e che ha avuto le palle di provare ad essere qualcosa di più di una semplice, facile copia del primo (vi linko un’ottima analisi sulle vicende che, nonostante le premesse, lo hanno reso una ciofeca inchiavabile: link).
Non ho davvero idea del perché molti recensori siano stati e siano così pronti a sostenere che questo terzo film sia migliore, perché boh, a volte mi chiedo perfino se stiamo parlando delle stesse pellicole. C’è chi parla di marchette, ma scendere al “chi ti paka??!?” mi sembra un po’ esagerato, per quanto possa capire quelli a cui viene il dubbio. Immagino che questa sia l’ennesima lezione da imparare circa il fidarsi troppo di quello che dicono gli altri, soprattutto quando ricevono la possibilità di assistere ad anteprime straordinarie. Ma ‘sto sassolino dalla scarpa me lo voglio levare e, in quanto pasionaria del primo film, mettere qualche manciata di puntini sulle i – perché va bene tutto, ma mo’ far passare un filmetto insulso per la nuova frontiera che ridà ossigeno ad una saga agonizzante anche no. Di seguito, quindi, elencherò gli argomenti che più spesso ho sentito ripetere e spiegherò perché per me sono aria fritta al costo di 8 euro a biglietto. Allacciate le cinture, stiamo per decollare verso il magico mondo di Esticazzi?.

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Cicatrici

Di recente m’è capitato spesso di raccontare aneddoti succosi sulla mia infanzia, in un contesto molto informale e con l’intenzione di calare un paio d’assi di quelli buoni a far ridere tutta la cumpa. Cosa che ha funzionato, beninteso. Solo che, mentre gli altri ridevano, io mi rendevo pian piano conto di una cosa piuttosto deprimente: la mia infanzia è stata un’ininterrotta mitragliata di traumi più o meno grandi. Pensate ad uno qualsiasi dei passi che un bambino mediamente compie nella sua strada della crescita personale: 9 su 10 che, nel mio caso, in concomitanza è successo anche qualcosa di sgradevole di cui ancora mi ricordo e che contribuisce a far sobbollire quel calderone borbottante di Ansia che è la mia vita interiore – di base perché la personalità della me stessa bambina aveva la stessa tempra e la stessa solidità di una medusa spiaggiata.
Facendo una rapida (benché sommaria) cernita, direi che posso suddividere queste mie ferite di guerra in tre grandi categorie. La prima è quella del “Vabbé, ce sta” che comprende tutti i traumi conseguenza di avvenimenti effettivamente gravi/inquietanti/pericolosi (come quella volta che son stata lì lì per mozzarmi le dita della mano destra e che per salvarmele mi sono beccata qualcosa come ventordicimila punti di sutura, grazie ai quali ho vinto il riflesso pavloviano per cui ogni volta che sentivo parlare di ospedali mi si stringevano automaticamente le chiappe tipo Tupperware®).
La seconda è quella del “Così piccola e fragile“, che ingloba traumi che sì, sono decisamente roba da bamboccetti lagnosi quale ero, ma che tutto sommato ho condiviso con chissà quante altre povere anime sulla terra – tipo il trauma dell’abbandono all’asilo, delle punture, del fare la cacca al di fuori dell’intimità del proprio bagno di casa, del mostro sotto il letto che ti afferra per la gamba se la lasci penzolare fuori dal materasso, di Barbablù, della disumanità perversa delle suore e del loro orribile risotto in brodaglia grassa che ti cazzuolavano nel piatto ogni mercoledì, roba del genere, insomma. Poco onore, ma sticazzi, il mondo è dei vigliacchetti e si sa.
La terza invece è quella degli “Ingiustificabili“, quei traumi il cui tasso di demenza è tale che la me stessa di adesso chiederebbe un esame del DNA per essere proprio sicura di essere la stessa persona di allora. E non è che adesso giro per i boschi a dare craniate ai cinghiali, eh: ancora non ce la faccio a lasciarla penzolare fuori dal materasso, la gamba… Queste mie ultime, vergognose cicatrici per anni e anni mi hanno segretamente tormentato, ché mi vergognavo ad ammetterle in pubblico e però poi di notte, quando dovevo alzarmi per andare a fare la pipì, erano cazzi amari. Ma visto che in ogni caso dopo una certa età si perde il senso della vergogna, ho deciso di vuotare il sacco e elencarli tutti. Quantomeno quelli che ancora mi ricordo – che dopo una certa età si perdono anche parecchi neuroni, a quanto pare. Di seguito, quindi, le 6 stronzate che m’hanno rovinato la gioventude, in ordine crescente di disturbanza. Non voglio la vostra pietà, ma se per caso pure voi ve la siete fatta sotto per una di queste cose, ammettetelo. Mal comune, mezzo gaudio.

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Di nuovo su The Green Inferno. This time it’s for real.

Qualche settimana fa s’era parlato dei motivi per cui attendere e contemporaneamente temere l’uscita in sala del nuovo film firmato da Eli Roth, The Green Inferno. Pur parandomi opportunamente il culo precisando che si trattava fondamentalmente di preoccupazioni pregiudiziali, avevo stilato una mini lista di quelli che così, di primo acchito, mi parevano gli elementi potenzialmente più meh della proposta rothiana – e se non vi va di starvi a rileggere tutto il pappardellone, eccoli riassunti:

1. il marketing cazzaro à la Roth: le sparate dei lanci delle sue produzioni fanno sempre pensare che i film in questione rischino di avere sull’umanità un effetto appena appena inferiore a quello dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse. Tuttavia finora ci siamo beccati una sòla dopo l’altra. Questo ci autorizza a diffidare anche stavolta, oppure se lo facciamo siamo brutte persone?
2. la relazione ambigua con i predecessori: quale posizione intende assumere Roth rispetto ai predecessori ai quali è evidente che si sia ispirato? Omaggiante? Replicante? Paracula?
3. il messaggio di fondo: siamo abituati ad odiare i protagonisti di un horror, fa pure bene alla salute, ma in questo caso odiarli ci rende davvero (come di consueto) persone migliori?
4. il gore: è il cuore pulsante di questo film, ma stavolta ci sarà sul serio e sarà in grado di traumatizzare noi e i nostri discendenti fino alla ventesima generazione, o anche stavolta finirà con la solita mattanza post tsunami di disillusione (vedi punto 1)?
5. la caratterizzazione dei cannibali: esiste? Ce li hanno dei motivi per comportarsi così, oppure dobbiamo aspettarci i classici cannibali stile barzellette tristi che pubblicano sulla settimana enigmistica?

O del Topolino.

O sul Topolino.

Bene. È arrivato il tempo di tirare le somme. Vi anticipo i risultati: nell’eterna sfida tra Eli Roth e il sentimento del “La devi smettere di coglionarmi ogni volta che decido di vedere un tuo film!”, questa volta il sentimento vince di misura. Che insomma, rispetto alla caporetto degli Hostel è già un risultato. Di seguito, le argomentazioni.

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L’Inferno verdolino?

Ci siamo quasi, tra qualche giorno uscirà il tanto strombazzato The Green Inferno di Eli Roth, e quindi cominciano anche a fioccare qua e là clip tratte dal film, video-reaction, recensioni enigmatiche in anteprima, il tutto condito con la salsa del “OMIODDDIOÈUNA COSAMALATANONDORMIRETEMAIPIÙOOHDIO,MIODIO,PERCHÉMIHAIABBANDONATO??”, che in genere è la salsa segreta tipica di un po’ tutte le produzioni che sono passate per le mani adunche di Eli Roth. Il marketing virale per i film è una cosa che gli riesce particolarmente bene – beninteso, non perché le tattiche siano granché intelligenti, a mio avviso, ma perché, a prescindere da questo, funzionano: dal microsito fake che mirava a promuovere Hostel, alla pantomima della locandina censurata di The Clown (che non era stata affatto censurata perché, obiettivamente, non c’era un cappero da censurare), avanti così fino ad arrivare alla nuovissima strategia, che mi pare essere un ben più semplice e fiappo tam tam di commentoni spaccaculi con l’obiettivo di far salire l’hype verso l’infinito e oltre, roba tipo:

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Relitti, episodio 1: Presenze, “Triora”

Ogni tanto cerchi una chiavetta vecchia in cui far spazio per ficcarci nuovi mp3 da sentire in macchina e – tadaan! – scopri che eoni fa ci avevi salvato alcune puntate di una merdavigliosa trasmissione andata in onda su Sky Vivo attorno al 2005 o giù di lì, dal titolo Presenze. Si tratta dell’antenato diretto di ciarpame mmerigano tipo come quel programma degli idraulici che decidono se una casa è infestata dai fantasmi o no (ma la risposta è stranamente sempre sì) [1] o quell’altro di quel grandissimo, grandissimo mona che vuol fare il madafaka con gli spiriti [2], solo made in Italy. Il risultato era molto più pecoreccio, ma anche, tutto sommato, molto più godibile. Innanzitutto non c’era traccia del becero celogrossisimo demente delle controparti a stelle e strisce. E dici poco. In più offriva anche un bonus extra: gli scenari scelti per le “”” indagini “”” erano sempre borghi, ville e castelli antichi del nostro Belpaese. Per ogni location veniva offerta dalla regia un’ottima panoramica globale e un minimo di inquadramento storico – nonché le ciocciole sugose delle leggende che al singolo luogo erano legate. Questo rendeva la confezione davvero carina e godibile anche per gli scettici atei senzadio come me, nonostante tutto il resto. Perché naturalmente si trattava pur sempre di una trasmissione in cui si voleva far credere allo spettatore che si sarebbero trovate prove di attività paranormale, il che la rendeva affetta anche e soprattutto da un’alta percentuale di retard. Quanto alta in una scala da zero a “un fantasma mi ha colpito sulla tettina” [3]? Difficile descriverlo così, in generale, quindi ho deciso di inaugurare una nuova categoria e dedicare alcuni post alla recensione delle puntate che ho riesumato dalla chiavetta, partendo in ordine cronologico dalla prima della terza serie, quella dedicata al paese di Triora. Sedetevi comodi e, se vi va, date un’occhiata anche alla puntata live, caricata provvidenzialmente su youtube a questo link:

Via che si va.

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Anubi è il pupazzo Five! , aka riassuntone & recensione di “La Piramide”, di G. Levasseur

Prologo

Nella notte del 15 ottobre 2005 alcuni ladri hanno fatto irruzione nella Scuola di Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano, alla quale erano stati donati i pupazzi di trasmissioni storiche delle reti (al tempo) Fininvest: Uan, Four e Five. I ladri hanno sottratto i pupazzi e di loro non se n’è saputo più niente.

Still missing.

Still missing.

Fino ad oggi…

(facciamo salire un po’ l’hype!)

La Piramide (titolo originale: The Pyramid) è un film del 2014 che rischia di aver battuto il record per ‘pellicola che è stata calciorotata fuori dalle sale di tutto il mondo più in fretta’. Il suo passaggio è stato così breve che quasi non ci siamo accorti che sia stato proiettato in qualche sala. È una fortuna che la rete fagociti e rivomiti tutto con la stessa cura di una mamma uccello, rendendo quindi disponibile questo titolo anche a chi s’era distratto un attimo e non ha fatto in tempo a comprare il biglietto. Una vera fortuna.
Per chi non ha tanto tempo da perdere, ecco il suo riassunto in breve: il regista prende un frullatore, ci butta dentro Indiana Jones, Jurassic Park, Stargate, Necropolis, Alien vs Predator e qualcosa di Rec, frulla, shackera e serve il tutto guarnendolo con una ciliegina di merda fornita dagli sceneggiatori. La recensione in breve: è un film parecchio scemo.
Per gli altri, di seguito il megariassunto dettagliato con SPOILER + recensione finale.
Ma prima, una dichiarazione d’intenti: le abominevoli mimmate storiche di cui trasuda la vicenda non verranno qui prese in considerazione. Sono gradevoli quanto un ago piantato nella palpebra inferiore, è vero, ma dobbiamo porci un limite preventivo d’analisi, altrimenti non ne usciamo più vivi. Quindi ok, accattiamoci il pacchetto completo e mettiamocelo in saccoccia – avremo in ogni caso fin troppa ciccia da rosicchiare.

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